L’angolo dei lettori: la Montagna di Morcone

Ci è pervenuto questo pomeriggio un contributo personale, una riflessione/appello che vorrebbe sensibilizzare e invitare ad una discussione. Lo pubblichiamo volentieri, confermando la possibilità di scriverci per ulteriori spunti e segnalazioni utilizzando l’apposito modulo che trovate in fondo alla pagina.

Pare che nulla possa resistere al dilagare delle pale eoliche nei nostri territori. Questi ultimi, già orribilmente sfigurati, oltre il tollerabile, da ogni tipo di interventi. L’ennesimo assalto alla Montagna di Morcone, ne è la riprova non richiesta. Viene spontaneo proporre una riflessione. Una riflessione/appello a chiunque abbia voglia di agire e non si arrende nel dare l’addio definitivo ad uno spazio carico di storia. Fin ora miracolosamente intatto.

La Montagna di Morcone

Le case di Morcone sono sovrastate dalla Montagna, con il suo inconfondibile profilo a “pizzi”.
I nostri Padri tenevano di gran conto la loro “Montagna”.
Mi viene in mente il nostro parlare morconese; quando pronunciamo la parola montagna, pensiamo alla nostra montagna e solo a quella sopra le nostre case; Altra, non ve ne è! Una strana particolarità linguistica. In effetti, chiunque sia cresciuto a Morcone, porta marchiata questa peculiarità concettuale e la sente propria.

Per secoli e secoli, i nostri avi riuniti in comunità, sono stati allevatori, agricoltori, artigiani, commercianti. Per fare questo si sono serviti della Montagna come fonte di risorse. Si sono serviti, con un rapporto simbiotico e virtuoso, di quello spazio appositamente lasciato come bene comune. Essi hanno attuato nel corso del tempo uno scambio compatibile, tra risorse disponibili da distribuire e tutele da adottare. Trasformando così un’area marginale in un’opportunità di crescita.

I nostri Padri hanno regolato l’accesso alle risorse naturali della Montagna: le acque, i pascoli, i boschi. Per secoli hanno stabilito, chi doveva attingere, quando poteva farlo, come doveva farlo. Inoltre avevano anche capito che un ecosistema non si regge in modo isolato e pertanto, avevano uniformato la loro gestione degli spazi montani con quella dei loro vicini più prossimi.

Così per secoli la Montagna è stata guardata; “Guardata” nel senso morconese del termine, cioè protetta, conservata; tenuta d’occhio!

I Padri morconesi, per dirla in maniera contemporanea, erano ecocompatibili in modo viscerale, strutturale e culturale. Questo sin da quando i Romani giunsero con le loro legioni nelle nostre terre e poterono osservare che alcuni spazi erano usati comunitariamente dai Sanniti. I comandanti romani sapevano che questo era il modo più funzionale per far si che la comunità si potesse avvantaggiare di spazi, solo apparentemente e a torto, pensati come residuali. Essi lasciarono il sistema così come lo avevano trovato.
Altrettanto, in maniera intelligente, fecero i Longobardi. E poi a seguire fin nel pieno Medioevo quando si volle mettere per iscritto quelle che erano leggi consuetudinarie della comunità, fino ad allora conservate nella memoria dei suoi singoli componenti.

Furono redatti “capitoli” scritti, poi questi ultimi furono fatti validare dall’autorità statale. Molti dei capitoli normativi così ottenuti regolavano l’accesso comunitario alla Montagna. Lo scrupolo con cui sono redatti e con cui si intendeva farli rispettare, testimonia l’importanza che ad essi attribuiva il nostro popolo, riconosciutosi nell’Università di Morcone. Esempio antico di autogoverno e di autocoscienza. Quindi esempio attuale di democrazia partecipata.

Nel 1573 l’autorità cittadina, l’Università di Morcone, fece compilare un documento in cui questi capitoli, nuovamente rinnovati, erano elencati ed illustrati da disegni che rappresentavano la città e le terre circostanti. Questo documento è conservato tra i manoscritti della Biblioteca del Senato della Repubblica, a testimonianza della sua importanza e unicità.
I disegni che illustrano il manoscritto, sono apparentemente tanto semplici e tanto schematici. Ma essi sono altrettanto espressivi. Vi si riconoscono perfettamente le città vicine. Altrettanto bene, vi si riconosce la città di Morcone con il suo agglomerato di case e il castello. Al di sopra di tutto si riconosce la linea inconfondibile e schietta della Montagna che sovrasta Morcone. Con il suo profilo seghettato, nella sua parte più riconoscibile, che noi diciamo “a pizzi”; E col termine Pizzi indichiamo, tuttora, quella parte della nostra Montagna.
Come non pensare, allontanandosi da queste terre, alla descrizione del Manzoni. L’addio ai monti, descrive un profilo delle cime “a denti di sega”, a pizzi per l’appunto.
Che singolare comunanza di paesaggio, tra contesti italiani così diversi. Tali però, da renderci così simili, in ambienti così differenti.

Il profilo della nostra Montagna, pertanto ci è giunto segnato e riprodotto con fedeltà, sin dal 1573. Ci è tramandato da quel manoscritto così importante. Ed è quantomeno da quell’epoca che gli uomini che vivono in questa zona, vedono quello stesso profilo, lo stesso identico profilo riprodotto nel documento.
Quel profilo è divenuto per noi, rappresentanti viventi della terra morconese, ancestrale.
Connaturato in noi. Parte di noi, si può dire.
Come possiamo accettare che quel profilo, così nostro, possa essere modificato, cambiato per sempre e in modo irreversibile.
Come possiamo pensare di far violare e deturpare ciò che ci appartiene da millenni. E che da millenni è immutato. Come possiamo non difendere, questo immenso patrimonio che i nostri padri ci hanno lasciato. Possiamo essere così sciatti, superficiali, deculturati?

Perché solo se deculturati, ignoranti del nostro passato, possiamo permettere un tale scempio. Solo se incapaci di pensare al nostro futuro economico, possiamo lasciare una tale potenzialità ad un uso risibile, che porta scarsi frutti a vantaggio di pochi, quando la risorsa è di tutti. I nostri padri non lo avrebbero mai accettato. Soprattutto, non lo avrebbero mai permesso. Chi su quella montagna ha vissuto, ne conosce gli anfratti, gli animali e i vegetali che la rendono viva. Non dimentica i falchetti che cacciano in volo planato, con sistematicità e meticolosità. Essi sono uno spettacolo incancellabile, come i loro richiami. E non dimentica l’odore di alcune specie vegetali, forte, unico, espressione dello spirito della terra che le genera. Un odore intenso che non entra semplicemente nel naso. Rimane inciso nel cervello, tanto che lo si può risentire nella mente a distanza di decenni.
Non diciamo addio a tutto questo. Facciamo in modo che ancora qualcuno in futuro, possa provare queste sensazioni.

Non diciamo addio alla nostra montagna. Anche l’addio più netto, presuppone il desiderio di rivedere. Facciamo in modo che possiamo rivedere, ciò che un nostro antenato potrebbe benissimo rivedere e riconoscere, se avesse l’opportunità di ritornare.
Non possiamo vivere solo per noi, dobbiamo vivere per chi ci ha preceduto e chi ci seguirà. Solo così possiamo dire di vivere bene.

autore Pasquale Marino

 

 

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